Bisogna onorare tutti gli Dei

Bisogna, nel culto, onorare tutti gli Dei” (Giamblico, De Mysteriis, Libro V, capitolo 21)

“Tutti coloro che amano contemplare la verità teurgica” (cf. “l’ amante dello spettacolo della verità degli enti” Theol. I 34, 18) concordano su un altro punto fondamentale, oltre a quelli espressi nei capitoli precedenti: “non bisogna ordire per gli esseri divini il culto che spetta Loro in maniera parziale o imperfetta” (cf. Libro V, cap. 9: “se il sacrificio non è perfetto, giunge fino ad un certo punto e non è in grado di andare oltre”)
Come infatti, discutendo a proposito della simpatia teurgica, si era notata la necessità di onorare nel culto tutta la serie divina per arrivare alle cause demiurgiche e al Primissimo Principio (esseri naturali>Demoni e potenze divine, terrestri e cosmiche>ordine hypercosmico- gli Dei Egemoni>potenze demiurgiche e perfettissime- serie noeriche e noetiche degli Dei, attraverso cui si giunge alla Causa Prima), così, nello stesso modo, ora si insegna che “prima che gli Dei si presentino, tutte le potenze che sono ad Essi subordinate si mettono avanti a Loro in movimento e, quando stanno per scendere sulla terra, Li precedono e Li accompagnano in processione” (come avevamo visto, questo principio di ‘discesa’ va in realtà letto in questo modo: “nelle invocazioni e nelle autofanie sembra che gli Dei, per così dire, vengano a noi, mentre in realtà siamo noi a tendere in alto verso di Loro.” Pr. In Alc. 92.7. A proposito del principio in generale delle manifestazioni autoptiche: “Come nei più sacri fra i riti di iniziazione dicono che gli iniziati incontrino al principio vari e multiformi generi di esseri che stanno schierati innanzi agli Dei, ma entrando senza vacillare e protetti dalle iniziazioni accolgono in sé in modo puro l’illuminazione divina stessa…” Pr. Theol. I 16)
Chi non ha offerto a tutti ciò che è Loro dovuto e non ha accolto ciascuno con l’onore che gli spetta, va via non iniziato e privato della partecipazione degli Dei; chi invece ha reso tutti gli esseri divini a lui propizi e ha offerto a ciascuno gli onori a lui graditi e, per quanto è possibile, somiglianti (katà dynamin homoiotata– il principio di somiglianza- homoioteta– è alla base delle processioni divine ed è ciò che fa sì che la processione degli enti sia continua e non vi sia alcun vuoto, nè fra le entità incorporee nè fra quelle corporee- cf. Theol. III 6, 13- 28. E’ dunque particolarmente importante notare che proprio in questo capitolo siano messe in luce contemporaneamente sia la necessità di non lasciare alcun vuoto nella catena ascendente del culto così come la necessità di rispettare il principio della somiglianza per ottenere tale risultato; infatti “la conversione e l’amicizia (epistrophè-philia) delle realtà seconde rispetto a quelle che le precedono esistono attraverso la somiglianza” Theol. III 7, 1- 28) rimane sempre sicuro ed infallibile, perché ha ben compiuto, perfetta ed integra (teleon kaì holokleron– le norme del culto affermano infatti che “è considerato irrispettoso verso gli Dei offrire qualcosa che non sia ‘teleion kai holon‘, completo e perfetto, a Coloro che sono tali per natura” Athen. I, 11; XV, 5), la ricezione del coro divino.”

Stando così le cose a livello generale, è facile rispondere ora a questo interrogativo: “deve il modo del culto essere semplice e consistente di poche norme, oppure multiforme, complesso e composto, per così dire, da tutto ciò che è nel cosmo?”
Dato che ciò che “è invocato e posto in movimento nei sacri riti” non è di un unico ordine (basta leggere velocemente lo schema della Gerarchia Divina per comprendere immediatamente cosa si intende): solo i teurgi/sacerdoti conoscono- in virtù della loro pratica esperienza, infatti sono gli Dei stessi durante le autofanie a spiegare la pratica del culto (a questo proposito si devono ricordare i molti Oracoli di Hecate, ad esempio “strophalos, operare con la ruota magica di Hecate” perciò l’Oracolo insegna come operare il rito, ossia il movimento di una simile ruota magica, dal momento che ha un potere ineffabile” Or. 206)- con esattezza tutto l’ordine ed il numero delle potenze che viene risvegliato durante i riti. Grazie a ciò “possono conoscere anche quale sia il compimento dell’arte ieratica, e sanno che un’omissione, pur di poca importanza, rovina tutta l’operazione del sacro rito, così come in un accordo di suoni, se si spezza una sola corda, tutta l’armonia diventa discorde e senza tono.”

Pertanto, è evidente che- come nelle autofanie, “discese visibili degli Dei”, in cui non bisogna lasciare senza onore alcuno degli esseri superiori- nei sacrifici (“presenza invisibile”) “non bisogna onorare questo o quello, ma tutti quanti, secondo il grado che ciascuno ha avuto in sorte” (Ecco perchè la conoscenza della Teologia e delle serie divine ha un’importanza fondamentale per qualsiasi persona che desideri veramente onorare gli Dei, con i conseguenti effetti benefici che ne conseguono. Come, ad esempio, chi volesse onorare solo Athena Parthenos, altissimo principio e sommità della sua serie, senza onorare tutti quei principi divini che da questa Monade discendono e che, viceversa, rendono possibile l’ascesa verso la Dea).
Infatti, “chi ne lascia senza onore qualcuno, disordina il tutto e rompe l’ordinamento unico e perfetto (tò holon kaì tèn mian kaì holen diakosmesin– qui è sempre il principio della “catena d’oro” che viene applicato, quello che Zeus ha posto come norma universale della demiurgia, in imitazione dell’unità del Primissimo Principio, cui è naturalmente collegato per il tramite del sommo Phanes/Vivente-in-sè: “Orfeo tramanda che egli (Zeus) crea tutta la stirpe urania, crea il sole, la luna e gli altri Dei astrali, crea gli elementi sotto la luna, contraddistingue con delle forme ciò che prima era senz’ordine, dispone intorno a tutto il cosmo le catene (seiràs) degli Dei attaccate ad esso e fissa con leggi per tutti gli Dei intramondani la distribuzione, secondo i meriti, dei loro compiti per quanto concerne la previdenza nell’universo” Pr. in Crat. 395 p.50.26)

Dunque, chi lascia senza onori qualche essere divino durante i sacrifici “non rende soltanto, come qualcuno crederebbe, imperfetta la ricezione degli Dei, egli sconvolge piuttosto tutt’intero il culto sacro.”

 

 

Il culto dell’Uno” (Libro V, capitolo 22)

Sulla base di quanto detto finora, bisogna procedere e ammettere che davvero “la vetta più alta dell’arte ieratica” tende all’Uno, “il più importante ed il più elevato di tutta la moltitudine delle divinità” (“l’Uno è principio di tutte le cose, e ciò che è ultimo fra gli enti è uno: è necessario che il termine della processione degli enti sia somigliante al principio, e che fino a questo punto giunga la potenza di ciò che è primo” Pr. Theol. II 29, 1- 21)- l’arte ieratica “onora contemporaneamente con Lui e in Lui le molte essenze ed i molti principi” (da ricordare che è la Fede, corrispondente alla potenza teurgica, superiore alla mania di Eros e all’amore per la Verità, che anche “unisce al Bene in modo ineffabile tutti quanti i generi degli Dei e dei Demoni e al contempo, fra le anime, quelle felici.” > In base a tale Fede, tutti gli Dei sono uniti e, al contempo, riuniscono in modo uniforme, attorno ad un unico centro, tutte le Loro potenze e processioni, ed è sempre attraverso questa Fede/potenza teurgica che le anime felici fanno ritorno presso il “paterno porto del Bene” – Theol. I 110, 1- 16)

Tutto ciò però avviene avanti negli anni, e a pochissime persone: “sarebbe soddisfazione grande se ci toccasse una volta, al tramonto della vita.” (cf. “l’intelligenza e le ferme opinioni vere è un caso fortunato per un uomo arrivarvi nella vecchiaia; è ad ogni modo perfetto chi possiede questi beni e tutti quelli che essi contengono” Pl. Leggi 653a) Pertanto, tutte le discussioni svolte fin qui a proposito dell’arte ieratica non sono rivolte a simili individui- poiché essi sono ben al di là, ormai, di qualsiasi legge: “apparve dunque a Plotino il Fine ultimo e gli si pose accanto. Poiché fine e scopo era per lui l’unione intima con il Dio che è al di sopra di tutte le cose.” Porf. Vita Plotino 23, 7; “viveva in tutto una vita superiore, quella degli Dei…ascese alle virtù somme cui può giungere l’anima dell’uomo, virtù che il divino Giamblico chiamò teurgiche, con un termine che ne indica la natura superiore…praticava infatti i riti che portano alla congiunzione con il Dio.” (Marino Vita Proclo § 25-26-28)
Quindi: “questa nostra discussione…offre tale legislazione a chi ha bisogno di una norma.”

Definizione perfetta sia della Gerarchia Divina e dell’arte ieratica: “Come un ordine dai molti ranghi confluisce in un solo sistema, così il compimento dei sacrifici, essendo perfetto ed integro, deve collegarsi con tutta la classe degli esseri superiori.”
Come abbiamo visto, la classe degli esseri divini è “numerosa, completa e formata da molti ordini” ed è pertanto necessario che il culto imiti (tèn hierourgian mimeisthai) la multiformità della Gerarchia Divina “con l’impiego di tutte le potenze”.

Pertanto, il modo vario del sacro culto:
– purifica
– perfeziona
– porta a simmetria e ordine
– libera dagli errori mortali
ciò che è in noi e ciò che è intorno a noi, e “tutto rende conforme alla totalità degli esseri superiori a noi”
L’esecuzione del sacrificio “tutto realizza e procura grandi beni” quando le cause divine e ciò che è preparato dagli uomini, di forma simile alle cause divine stesse (cf. principio di somiglianza), convergono verso lo stesso fine.

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