Collera degli Dei e sacrifici espiatori

Collera degli Dei e sacrifici espiatori (Giamblico, De Mysteriis, Libro I, capitolo 13)

Anche il problema circa la ‘collera’ degli Dei è di vitale importanza, ha a che vedere sempre con l’impassibilità degli Dei e spazza via qualsiasi dubbio sulle passioni umane attribuite agli esseri divini. Del resto, come afferma Giamblico, è impossibile capire il senso dei rituali propiziatori, apotropaici ed espiatori, se prima non si comprende la vera natura della collera divina.
Non si tratta certamente di “un risentimento (orgé) antico e persistente” da parte degli Dei; al contrario, proprio come per il problema del male, si tratta di una nostra mancanza, una nostra deviazione dalla cura provvidenziale degli Dei. In altre parole, in quanto esseri umani, possiamo partecipare in misura a noi appropriata dei doni divini e spingerci in alto fino a raggiungere la salvezza dell’anima; se però si sceglie la via di kakia, in opposizione alla virtù, si diventa sempre meno adatti a ricevere le illuminazioni divine e pertanto ci si auto-esclude dalla partecipazione conveniente ai beni. Ossia, “una volta sottrattici volontariamente ad essa (alla cura provvidenziale degli Dei), come se nel mezzogiorno andassimo a nasconderci lontano dalla luce, attiriamo su di noi le tenebre e ci priviamo del dono benefico degli Dei.” Il paragone con la luce del Sole non è assolutamente casuale: rimanda all’analogia fra il Primo Bene ed il Sole, che troviamo nella Repubblica. Come nell’ambito del sensibile, grazie alla luce del Sole, “ciascun ente, conformemente alla propria natura, si colma dell’irradiazione di forma simile al Sole” (katà tèn heautou physin hekaston tes helioeidous pleroumenon ellampseos) che lo rende appunto visibile e di forma simile al Sole a sua volta (Pr. Theol. 34, 1- 9), allo stesso modo vale per le irradiazioni datrici di beni della provvidenza divina.
Lo stesso concetto è magistralmente esposto da Salustio (XIV): “Gli Dei sono buoni eternamente e non fanno che beneficarci (infatti “Dal Bene si determina l’essere degli Dei, e nel Bene gli Dei hanno il Loro fondamento> nel fatto che gli Dei esistano, è implicito anche il Loro “essere buoni in rapporto ad ogni tipo di virtù”> in ciò è implicito che non rinuncino a prendersi cura delle realtà inferiori” Pr. Theol. I 74, 1- 17); non recano mai danno perchè permangono sempre nello stesso stato. Quanto a noi, se siamo buoni, ci uniamo con gli Dei perchè siamo simili a Loro…quando viviamo nell’esercizio della virtù, ci leghiamo agli Dei, mentre, se diventiamo viziosi, ce li facciamo nemici, ma non perchè Essi si adirino, ma perchè le nostre mancanze non permettono agli Dei di illuminarci, ma ci legano agli spiriti delle punizioni (ciò per cui prega Proclo nell’Inno ad Atena: “so di essere sbalzato qua e là da molte azioni non sacre, offese che ho commesso con spirito folle- sii pietosa, o Dea dal dolce pensiero, salvatrice dei mortali, non lasciare che sia preda e bottino per le terribili Punizioni, prostrato al suolo, dal momento che affermo di appartenere a Te.”). Al contrario, se con preghiere e sacrifici otteniamo la liberazione dalle nostre colpe, se rendiamo servigio agli Dei e cambiamo, almeno guarendo dalla nostra cattiveria, con queste pratiche e con la conversione verso il divino, di nuovo godiamo della bontà degli Dei; sicchè dire che gli Dei si allontanano dai malvagi è la stessa cosa che dire che il Sole si nasconde per coloro che hanno perduto gli occhi.” Tanto per sottolineare che il rituale in sè e per sè, così come una vita giusta ma priva di azioni devozionali, non possono farci partecipare alla piena illuminazione della bontà divina: solo se combinate, possono portare a tale risultato. Sintetizzando: “i beni degli Dei e le opere della virtù conducono alla felicità (eudaimonia)” (Pr. Theol. I 80, 1- 12)

 

“Quindi, i riti propiziatori possono volgerci ad una partecipazione migliore (pròs tèn kreittona metousian), indurre la cura divina ad una comunione con noi, ed unire l’uno con l’altro, nella misura conveniente, ciò che è partecipato (il Bene divino) e ciò che partecipa.” Del resto, questo esclude qualsiasi forma di sottomissione alle passioni da parte degli Dei, “anzi, liberano anche noi dalla passione e dal turbamento che ci allontanano dagli Dei.”
– I sacrifici espiatori (ekthyseis), sia con la mediazione dei Demoni, sia compiuti direttamente con la mediazione degli Dei:
> curano il male che è nei luoghi attorno alla terra
> fanno sì che nessuna passione o mutamento avvenga in noi

Sia i Demoni che gli Dei, in tali sacrifici, sono pregati/invocati (epikaleitai) come “soccorritori, difensori dal male, salvatori” (boethous, alexikakous, soteras).

 

(Dal Calendario Religioso:
– “una scrofa perfetta per Apollo Alexikakos durante le Thargelia”;
– l’intera festa delle Pompaia, in Maimakterion, riguarda questi aspetti del divino: “gli interpreti della parola ‘diopompein’ dicono che con ‘dion’ si indica la pelle della vittima offerta a Zeus Meilichios durante i rituali di purificazione celebrati alla fine del mese di Maimakterion (φθίνοντος Μαιμακτηριῶνος μηνὸς) quando si tenevano le processioni rituali (Pompaia), quando lasciano le offerte purificatrici ai trivi…e sembra che Zeus Alexikakos si chiami così dall’allontanare i mali.” Esichio scrive: “la pelle di Zeus: essi usano questa espressione quando la vittima e stata sacrificata a Zeus, e coloro che venivano purificati stavano in piedi su di essa con il piede sinistro.” Ne risulta quindi che tre forme di Zeus, strettamente associate fra loro, vengono venerate durante questa festa: Ktesios, Meilichios ed Alexikakos. Si tratta di Zeus in quanto protettore della casa, della proprietà (κτῆμα, in senso esteso) e delle famiglie- diversi rilievi votivi dal Pireo (vicino a Munichia, ora al British Museum) Lo mostrano in forma di serpente, molto simile all’Agathos Daimon (cfr. Sen. Anabasi 7.8.1). Sappiamo inoltre che a Zeus Meilichios si offrono libagioni senza vino (cfr Diasia)
Nei due periodi ‘critici’ dell’anno, inizio della Primavera (Diasia) e inizio dell’inverno (Pompaia- e forse anche Maimakteria, data l’etimologia del nome e il fatto che sia dedicata anch’essa a Zeus), si prega Colui che protegge, Zeus in particolare, affinchè allontani gli eccessi climatici (nello specifico, proprio le tempeste e simili fenomeni), protegga i campi appena seminati e allontani tutto ciò che è negativo, purificando a fondo la Città con tutti i suoi abitanti. Infatti “Diopompesthai: scortare via il male. Significa allontanare i mali ed essere purificato dalla contaminazione.” (Suda s.v. Διοπομπεῖσθαι). Scortare in processione fuori dalla Città, la pelle sacra di Zeus, ha dunque il significato specifico di “scacciare via la contaminazione/tutte le cose di cattivo auspicio” (Cassio Dio 37.46.1 μίασμα, schol. Pindaro, Nem. 10) Sulla relazione fra Meilichios/Maimaktes e le purificazioni è illuminante la nota di Esichio che, alla voce ‘maimaktes’, da “Meilichios e Katharsios”. Anche Pausania conferma il legame di Meilichios con le purificazioni, quando ricorda un “archaios bomos” sulla strada per Eleusi, un antico altare presso il Cefiso dove Teseo, dopo l’uccisione di Sini, ottenne la purificazione grazie ai Phytalidai (Paus. I, 37, 4).”
E che questo sia il senso generale dei sacrifici espiatori si evince da Giamblico stesso, che così prosegue: “per il Loro tramite (dei rituali e delle divinità invocate) scongiurano (apodiopompeitai) ogni male che ci viene dalla sensibilità.” In tal modo, questi Dei, attraverso questi specifici rituali, “allontanano le sventure opera della generazione e della natura (genesiourgoùs- physikàs)” e di certo non lo fanno per il tramite delle passioni.

Per concludere: “la persuasione esercitata sugli esseri superiori con il sacrificio espiatorio, invocando di nuovo la Loro benevolenza (eumeneia) a farsi sollecita di noi, allontanandone la privazione (rimuovendo i difetti che non ce ne fanno partecipare), sarà del tutto pura e non suscettibile di mutamento (katharà kaì atreptos).”

 

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