Invocazioni ed evocazioni

Invocazioni ed evocazioni (Giamblico, De Mysteriis, Libro I, capitolo 12)

La domanda riguarda sempre l’impassibilità degli Dei, ed il fatto che alcune pratiche cultuali- in questo caso, le invocazioni, kleseis, e le evocazioni, proskleseis– sembrano invece rivolgersi ad Essi come se fossero esseri suscettibili di passioni. La questione è però da considerare assolutamente nel modo opposto: “nelle invocazioni e nelle autofanie sembra che gli Dei, per così dire, vengano a noi, mentre in realtà siamo noi a tendere in alto verso di Loro.” (Pr. In Alc. 92.7) Dunque, gli Dei si mostrano di Loro volontà, grazie alla Loro provvidenza e perfezione, e non sono Loro a scendere fino alle nostre anime ma, al contrario, le elevano, abituandole a volgersi verso la Fonte ed unendole a Loro stessi (cf. l’Oracolo 115: “Bisogna che ti affretti verso la luce, verso i raggi del Padre, da cui ti è stata inviata l’anima, rivestita di un intelletto molteplice.”)

L’illuminazione- ellampsis– che si produce nelle invocazioni è un’autofania- autophanés– ed opera di volontà propria- autothelès. Ellampsis è un termine che indica l’irradiazione a partire dai principi divini, ed in particolare le illuminazioni servono appunto ad elevare le realtà seconde verso gli Dei (cf. il desiderabile degli Dei “solleva e trasporta in alto tutta la realtà verso gli Dei, in modo ineffabile, attraverso le sue illuminazioni/ irradiazioni (arretos tais oikeiais ellampsesi)” Pr. Theol. I 102, 1- 27). Le illuminazioni hanno anche un ruolo fondamentale nella Teurgia: “riceventi, strumenti, luoghi e circostanze, se sono appropriatamente in sintonia con gli Dei, ricevono pura l’irradiazione della verità che è in Loro (tes aletheias tèn ellampsin)” (Pr. Theol. I 99, 10- 18). L’illuminazione, oltre ad essere principio elevante, è anche principio unificatore: “perciò l’eternità (Aion) è detta dagli Oracoli “luce emanata dal Padre”, perchè essa fa risplendere su tutto la luce unificante.” (Pr. in Tim. III 14).
Invocazione ed autofania sono sempre collegate nella Teurgia: “la formula con cui far apparire (il Dio) ai nostri occhi (eis autophaneian)” (Pr. in Tim. III 20). L’apparizione è appunto volontaria, ossia l’illuminazione, in quanto proveniente dagli Dei, opera di volontà propria (e non certo per costrizione dovuta agli atti dei teurghi): “è lontana dal subire una forza estranea che l’attiri verso il basso, e avanza grazie all’attività e alla perfezione divina, fino a diventare visibile (eis tò emphanés).” Discendendo/avanzando/procedendo (proeisin), l’autofania si manifesta nel visibile: “un tempo infatti i teurghi ci hanno insegnato che necessariamente gli Dei senza forma si presentano nelle Loro autofanie provvisti di forma.” (Pr. in RP. II 241).
Dunque, benchè l’essenza degli Dei sia fondata “in un’unica e sola forma di semplicità”, si sono prodotte “immagini di varia natura della Loro presenza.” Pur essendo gli Dei uniformi, le Loro apparizioni risultano polimorfe “come abbiamo appreso nelle più perfette iniziazioni ai Misteri” (en tais teleotatais ton teleton memathekamenTheol I 96, 1- 20)

Per tale volontà, gli Dei buoni e misericordiosi, illuminano generosamente i teurghi (dià tes toiautes bouleseos aphthonos hoi Theoi tò phos epilampousin eumeneis ontes kaì hileoi tois theurgois– “eumeneis ontes kaì hileoi” è una classica espressione degli Inni Orfici, quando si domanda agli Dei di essere presenti al rito con cuore propizio verso gli iniziati; l’illuminazione è quella di cui parla Proclo nell’Inno alla Madre degli Dei: “Osserverò la preziosa luce, da cui viene la possibilità di fuggire la miseria dell’oscura generazione”), chiamando a sè le loro anime (tàs te psychàs auton eis heautoùs anakaloumenoi– “anakaleo“, principio di epistrophe/riconversione verso il principio: “l’infinito carattere della processione è richiamato ai principi primi (epì tàs archàs anakaleitai– verbo classico dei Misteri, quelli dionisiaci in particolare, in cui anakaleo si usa in particolare per richiamare dalle profondità ctonie) grazie al movimento di epistropheTheol. I 104, 1- 9), provvedendo all’unione di esse con se stessi (tèn henosin autais tèn pròs heautoùs choregountes– infatti, solo presso gli Dei sono ” l’unificazione indivisibile (henosis adiairetos) e la comunione assolutamente perfetta (pantelès koinonia)” Theol. I 98, 1- 13), abituandole, quando ancora sono nel corpo, a stare lontano dai corpi (“infatti questo fanno le formule dell’arte ieratica, separando le anime dai corpi” Pr. in RP. II 119- questa è la “liberazione in vita”) e a volgersi alla loro causa prima, eterna ed intelligibile (epì dè tèn aidion kaì noetèn auton archèn periagesthai).”

 

Come avevamo notato nel commento agli Inni di Proclo, “Tale il fine ultimo della Filosofia e dei Misteri: l’anima umana che è riuscita, durante la sua permanenza nel mondo del divenire, a contemplare le Forme, è infine esente dalla Legge del Fato che domina l’umanità e la tiene legata al mondo della generazione: in altre parole, ottiene la liberazione dalle catene e non sarà più destinata a reincarnarsi, potrà infine ricongiungersi con la realtà divina che è anche la sua Causa prima ed origine, in identità ed unità complete con essa. (cfr. anche Platone, Phdr. 248e-249a; Chald. Or. Fr. 130; Pr. Providentia 21, 15- In Tim. III 266, 14)” Questo è quanto sostiene anche Giamblico nel passaggio seguente: “dai fatti stessi risulta chiaro che quella di cui parliamo ora è la salvezza della anima: perchè, quando l’anima contempla le visioni beate, l’anima muta la sua vita con un’altra ed esercita un’attività diversa dalla sua…spesso, anche l’anima, rinunciando alla sua propria vita, prese in cambio l’attività beatissima degli Dei.”

> L’ascesa (anodos– letteralmente, “risalita”) che si ottiene tramite le invocazioni dà: purificazione dalle passioni (katharsin pathon), liberazione dalla generazione (apallagèn geneseos), unione con il principio divino (henosin pròs tèn theian archèn)> quindi le passioni (pathe) non hanno nulla a che vedere con questa.
> Pertanto, le invocazioni non trascinano giù gli Dei nella sfera dell’impuro e di ciò che è soggetto a passioni: al contrario, siamo noi, soggetti alle passioni a causa della generazione, che siamo resi puri ed impassibili dalle invocazioni.

– Le evocazioni non collegano (synaptousi– verbo ‘tecnico’ della preghiera) i sacerdoti agli Dei tramite delle passioni; al contrario, le evocazioni danno “la comunione dell’indissolubile abbraccio grazie all’amicizia divina (dià tes theias philias) che tiene unito il tutto” (da ricordare che la divina Philia, che dipende dal Bello divino, è l’antichissimo principio in base al quale tutti gli Dei sono reciprocamente uniti fra Loro e tengono unite tutte le cose- cf. Theol. I 107, 1- 10; “l’amicizia, come affermano i sapienti- cioè, i Pitagorici ed Empedocle, quando dice che l’amicizia unifica l’Universo- è unificatrice: essa infatti risiede presso l’unico principio di tutte le cose…l’amicizia, in quanto unificatrice, tiene saldamente uniti terra e cielo e tutto l’universo.” Olymp. In Gorg. 12-13. Ed è Eros “l’autore dell’unità di tutte le cose” Pr. in Tim. II 54, 19)

Ciò avviene non perchè le evocazioni pieghino l’intelletto degli Dei (gioco di parole etimologico: evocazioni/proskleseisproskliseis/inclinazioni)> questo è anche quanto sottolinea Proclo: “grazie ai simboli ineffabili degli Dei che il Padre delle anime ha seminato in esse, (la preghiera) attira la benevolenza degli Dei verso di sé: da un lato unisce coloro che pregano agli Dei cui sono rivolte le loro preghiere, e d’altra parte congiunge l’intelletto degli Dei alle parole di coloro che pregano, e muove la volontà di coloro che contengono in sé tutti i beni in maniera perfetta a concederli in modo sovrabbondante, ed è ciò che crea la persuasione del divino e che stabilisce tutto ciò che è nostro negli Dei.” (In Tim. I 211, 1-10) Tutto questo passo è chiaramente ispirato da Giamblico stesso (De Myst. V 26 (239, 6f.): “la preghiera risveglia la persuasione, la comunione e l’indissolubile amicizia (philia).”

Le invocazioni “rendono lo spirito degli uomini disposto a partecipare degli Dei (infatti è legge che “tutti, individualmente e nell’insieme, ricevano quella parte di beni di cui possono partecipare.” (Theol. I 87, 1- 11), lo elevano agli Dei, lo compongono con Essi in una persuasione armonica.”

“Perciò, i nomi sacri degli Dei e gli altri simboli divini (onomata Theon hieroprepe kaì talla theia synthemata– i synthemata sono le cause materiali (della preghiera) “i simboli, i synthemata, che il Demiurgo ha impresso nell’essenza delle anime, per cui esse si ricordano degli Dei che le hanno fatte esistere, loro stesse e tutto il resto.” Pr. in Tim. I 213, 10-20), favorendo l’ascesa agli Dei (anagogà– via anagogica delle anime), possono collegare le evocazioni con gli Dei (pròs tous Theous synaptein autàs dynatai).”

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