La preghiera

La preghiera. Momenti, vantaggi, tempi, effetti. Preghiera e sacrifici.” (Giamblico, De Mysteriis, Libro V, capitolo 26)

‘Teoria generale sulla preghiera’, “perchè una non piccola parte dei sacrifici è costituita dalle preghiere…che intessono, indissolubile, la comunione con gli Dei”- o, come dice il divino Proclo: “il potere e la perfezione della preghiera sono sorprendenti, soprannaturali e oltrepassano qualunque cosa che noi possiamo desiderare.” (In Tim. I 209, 7-9) Le trattazioni dei due filosofi sembrano apparentemente distinte, ma vedremo bene che nascondono una sostanziale identità- basta confrontarle a proposito del modo e del fine e notare la profonda concordanza: “il Demiurgo ha impresso (nelle anime) il doppio simbolo, uno per “dimorare” e l’altro per “convertirsi”…ora, è a questa conversione che la preghiera contribuisce in massimo grado. Grazie ai simboli ineffabili degli Dei che il Padre delle anime ha seminato in esse, attira la benevolenza degli Dei verso di sé: da un lato unisce coloro che pregano agli Dei cui sono rivolte le loro preghiere, e d’altra parte congiunge l’intelletto degli Dei alle parole di coloro che pregano, e muove la volontà di coloro che contengono in sé tutti i beni in maniera perfetta a concederli in modo sovrabbondante, ed è ciò che crea la persuasione del divino e che stabilisce tutto ciò che è nostro negli Dei.” (In Tim. I 211, 1-10) Tutto questo passo è chiaramente ispirato da Giamblico (De Myst. V 26 (239, 6f.): “la preghiera risveglia la persuasione, la comunione e l’indissolubile amicizia (philia).” Anticipiamo che, in base alle parole di Proclo, risulta evidente che le vere preghiere (“la preghiera perfetta e che è veramente una preghiera” In Tim. I 211, 10) sono solo quelle che contengono i suddetti simboli anagogici- veri compositori di Inni teurgici sono solo gli iniziati ed i veri sapienti.

Il fatto che le preghiere siano dette essere una non piccola parte dei sacrifici, che “li completa quant’altri mai, e, per il tramite di esse, ogni loro (dei sacrifici) azione è consolidata ed è terminata” si può agevolmente spiegare con le parole di Salustio (XVI 1, 5): “le preghiere senza i sacrifici non sono che parole, ma quelle che accompagnano i sacrifici sono parole animate, poichè la parola fortifica la vita e la vita anima la parola.”

Giamblico distingue poi tre livelli/fasi della preghiera perfetta:
– “avvicina al divino e prepara al contatto e alla conoscenza di Esso”
– “stringe una comunione unanime e provoca i doni che sono mandati dagli Dei…”
– “l’unione ineffabile (he arretos henosis) suggella l’ultimo momento della preghiera, fondando negli Dei tutta la sua forza e facendo riposare in Loro compiutamente la nostra anima”
Proclo semplicemente amplia, fornendo maggiori delucidazioni, questo schema di base, che lui stesso loda come “divinamente ispirato”- pertanto, possiamo agilmente vedere l’identità fra i due sistemi: cinque livelli della preghiera secondo Proclo:
– “la conoscenza, γνῶσις, di tutte le serie divine cui si avvicina colui che prega” (l’avvicinamento sarebbe impossibile realizzarlo in modo conveniente “senza essere a conoscenza delle proprietà di ciascuna di esse.”)
– “l’avere famigliarità con il divino, οἰκείωσις, che ci rende simili al divino grazie all’insieme di purezza, castità, educazione, buona condotta, grazie a cui noi offriamo agli Dei tutto ciò che è nostro, attirando a noi la loro benevolenza e sottomettendo le nostre anime a loro.” (In Tim. I 211, 15)
– “il contatto, συναφή, attraverso cui, con la vetta dell’anima, iniziamo a raggiungere l’Essenza divina ed iniziamo a tendere verso di essa.” (In Tim. I 211, 15)
– “è così che l’Oracolo chiama questo livello: “infatti il mortale che ha avvicinato il Fuoco avrà la Luce dal Dio” (fr. 121)- tale livello ci mette in diretta comunicazione con il divino “e ci fa partecipare con maggiore chiarezza alla Luce divina.” (In Tim. I 211, 20)
– “l’unione, ἕνωσις, che fissa l’uno dell’anima nell’uno degli Dei e rende un’unica cosa la nostra attività e quella degli Dei, secondo cui noi non apparteniamo più a noi stessi ma agli Dei.” (In Tim. I 211, 25) Questa è l’indicibile unione, ἡ ἄρρητος ἕνωσις, stadio finale della vera e perfetta preghiera, di cui parla anche Giamblico. Come spiega infatti Proclo stesso (In Tim. I 213, 5), l’essenza della preghiera consiste nell’unire le anime agli Dei, e tutte le realtà secondarie a quelle primarie; la sua perfezione consiste, partendo dai beni più comuni, nel trovare il suo compimento perfetto nell’unione con il divino, a poco a poco rendendo famigliare per l’anima la Luce divina; la sua efficacia si manifesta nel rendere reali ed effettivi i beni, “e fa sì che tutto ciò che ci riguarda, noi lo condividiamo con gli Dei.”

Giamblico collega poi i tre livelli della preghiera, che compone “la nostra amicizia con gli Dei”, ai tre doni teurgici che ne conseguono:
– “il primo tende all’illuminazione”
– “il secondo ad un’azione comune”
– “il terzo ad un appagamento completo della nostra anima da parte del Fuoco divino”

A loro volta, i tre livelli ed i tre doni sono collegati ai tre momenti durante l’azione sacrificale; perciò, riassumendo, abbiamo:
1- “avvicina al divino e prepara al contatto e alla conoscenza di Esso” > dono teurgico: “il primo tende all’illuminazione”> momento: “precede il sacrificio”
2 – “stringe una comunione unanime e provoca i doni che sono mandati dagli Dei” > dono teurgico: “il secondo tende ad un’azione comune” > momento: “interviene nel mezzo dell’operazione sacra”
3 – “l’unione ineffabile (he arretos henosis) suggella l’ultimo momento della preghiera, fondando negli Dei tutta la sua forza e facendo riposare in Loro compiutamente la nostra anima” > dono teurgico: “il terzo tende ad un appagamento completo della nostra anima da parte del Fuoco divino” > momento: “termina i sacrifici”
In definitiva: “nessuna operazione sacra avviene senza le suppliche che accompagnano le preghiere.”

Azioni della preghiera sulla persona devota che prega:
– “nutre il nostro intelletto”- meditazione e conoscenza delle serie divine- cfr. Oracoli (fr. 17): “per chi ha intellezione, l’alimento è l’Intelligibile”
– “accresce largamente la capacità dell’anima di ricevere gli Dei”- cfr. Proclo (in RP II 347): “le anime che si innalzano si aprono ampie per ricevere i beni dall’alto; perciò anche gli Oracoli esortano a “renderci larghi” per l’indipendenza della vita e non restringerci.”
– “apre agli uomini la porta degli Dei”- rimanda a quanto dice Proclo nell’Inno ad Atena: “Tu che hai aperto le porte della sapienza attraversate dagli Dei “- l’intero verso ricorda assai da vicino l’apertura del poema filosofico di Parmenide (DK28B1, 11; 17): “le fanciulle Eliadi, figlie del Sole, acceleravano la corsa, dopo aver lasciato le case della Notte (ordinamento Noetico-e-Noerico), verso la luce (la luce noetica degli Oracoli), togliendosi con la mano il velo dal capo. Là si trova la porta che divide i sentieri della Notte e del Giorno, e un’architrave e una soglia di pietra la delimitano dall’alto e dal basso; essa, eretta nell’etere (il primissimo Limite), è chiusa da grandi imposte: di essa la Giustizia, che punisce fortemente, possiede le chiavi che aprono e chiudono.” Al di là di esse è l’ineffabile Conoscenza, la “Dea benevola” che svela “il solido cuore della ben rotonda Verità”
– “abitua allo scintillio della luce, perfeziona a poco a poco il nostro essere preparandoci al contatto con gli Dei, fino a condurci al vertice più elevato (epì tò akrotaton)”- sommità, vertice, è vocabolo ‘tecnico’ degli Oracoli ed indica sempre, da un lato, il termine più elevato in ogni ordinamento divino (ad esempio, l’Uno-che-è è “sommità” dell’intero ordinamento Intelligibile/Noetico) e quindi manifesta anche il fatto che si tratta del termine verso cui tutte le realtà successive effettuano la loro riconversione (la sommità è sempre immagine del Bene- esempio perfetto di ciò: Helios- cui le realtà successive sempre aspirano), e d’altro lato sta anche ad indicare il fine del perfezionamento dell’anima, la sua liberazione ed il suo dimorare presso gli Dei sulla sommità dell’Olimpo: “un dolce desiderio prende tutte le anime di dimorare per sempre sull’ Olimpo come compagni degli Dei immortali. Ma non a tutte è consentito mettere piede in quelle sale.” (Oracoli fr. 217)
– “leva lentamente in alto i nostri sentimenti ed il nostro pensiero, ci affida quelli degli Dei”- questo è il “divenire simili alla divinità, per quanto possibile per un mortale. Abbiamo già incontrato questo principio anche nel De Mysteriis (Libro I, capitolo 15 bis): “la preghiera risveglia ciò che è divino/intelligibile in noi (come afferma Proclo: “risvegliare la scintilla divina che (l’uomo) ha in sé, preparandosi a partecipare alla realtà degli esseri superiori” in Parm. II, 781, 11). Quando questa parte divina si risveglia (“grazie ai simboli ineffabili degli Dei”, sia in noi sia nelle preghiere), tende a ciò che le è simile “e si unisce con la perfezione in sè” (synaptetai pròs autoteleioteta– ricordiamo che il Perfetto, tò Teleion, è il terzo carattere della Bontà degli Dei. In quanto è il terzo membro- Desiderabile, Adeguato, Perfetto- “conduce a perfezione le entità che procedono verso il movimento di epistrophe (ritorno)” cfr. Theol. I 104, 10- 20)”

 

Virtù alimentate dalla preghiera:
– “sveglia in noi persuasione, comunione, amicizia indissolubile, accresce l’amore divino”- abbiamo la triade di Peitho, Koinonia e Philia, insieme al nutrimento/accrescimento della forma più elevata di Eros, cfr. l’Inno di Proclo ad Aphrodite: “la grande fonte regale, da cui tutti gli alati Erotes immortali sono sorti, di cui alcuni colpiscono le anime con frecce noeriche, in modo che, essendo stati prese dai pungoli del desiderio che conducono in alto, aspirino a rivedere le fiammeggianti sale della madre.”- è il “legame del meraviglioso Eros” di cui parlano gli Oracoli (fr. 42)
– “accende la scintilla divina della nostra anima, la purifica da ogni sentimento contrario”- la scintilla divina, “i penetrali dell’anima”, “il fiore di fuoco e vetta di tutta la nostra anima” A proposito della purificazione, cfr. quanto già detto (Libro I, capitolo 13): “i riti propiziatori possono volgerci ad una partecipazione migliore (pròs tèn kreittona metousian), indurre la cura divina ad una comunione con noi, ed unire l’uno con l’altro, nella misura conveniente, ciò che è partecipato (il Bene divino) e ciò che partecipa.” Del resto, questo esclude qualsiasi forma di sottomissione alle passioni da parte degli Dei, “anzi, liberano anche noi dalla passione e dal turbamento che ci allontanano dagli Dei.”
– “allontana dal pneuma etereo e splendente che è intorno ad essa tutto ciò che è incline alla genesi”- si confronti con quanto dice nel III Libro (cap. 14) a proposito della scienza oracolare e della divinazione: una sola potenza, che si potrebbe denominare fotagogia: questa illumina con luce divina il veicolo etereo e splendente che avvolge l’anima, per cui divine immagini colgono la nostra potenza immaginativa, messe in movimento dalla volontà degli Dei…e ciò avviene in due modi: o quando gli Dei sono presenti nell’anima (in colui che è già pervenuto alla conoscenza epoptica), o quando fanno risplendere su di essa una luce che parte da Essi stessi e che Li precede- in ambedue i casi, sia la presenza degli Dei sia la loro illuminazione sono trascendenti.” Come dice anche Ierocle (CA XXXVI 4): “con l’esercizio della virtù e l’acquisizione della verità e della purezza bisogna prendersi cura della purificazione del corpo luminoso che è in noi, il quale è dagli Oracoli chiamato anche sottile veicolo dell’anima.” In altre parole, all’anima, quando discende verso l’incarnazione ed il mondo materiale, viene associato un ‘ochema’, un veicolo sottile di luce che, attraversando le varie sfere della discesa, si oscura progressivamente, come spiega anche Proclo (in Tim. III 234): “costoro, a quanto sembra, seguono gli Oracoli, i quali dicono che, nella sua discesa, l’anima raccoglie gli elementi del veicolo, prendendo “una parte di etere, del sole, della luna e di tutto ciò che fluttua nell’aria”, e dopo ciò, il veicolo diventa visibile e la preghiera teurgica lo purifica, lo libera dagli elementi che attraggono in basso le anime e lo prepara all’ascesa.
– “realizza una buona speranza e la fede nella luce”- la celebre Triade: “Amore, Verità e Fede”- così, “attraverso la più beata delle iniziazioni”, l’anima si ricongiunge agli Dei e “per coloro che ricorrono alle preghiere li rende, per così dire, famigliari degli Dei.” “Silenzio che è la fede a fornirci, fissando nella natura ineffabile ed inconoscibile degli Dei le anime universali e al contempo le nostre.” (Theol. Pl. IV, 9, 29-31)
“Possa la Speranza portatrice di Fuoco nutrirti.”

Ne consegue che il rito sacrificale “partecipa del contatto con il Demiurgo”: esattamente quanto dice Proclo stesso: Timeo, prima di procedere con la sua esposizione, invoca gli Dei e rivolge Loro preghiere “imitando in tal modo il Creatore dell’Universo” (In Tim. I 209,15-20) Pertanto, i beni provenienti dal contatto realizzato attraverso la vera preghiera teurgica e l’azione sacrificale sono pari a quelli inviati agli uomini dalle “cause demiurgiche”- ossia, tutti i beni in maniera completa ed abbondante. Quindi, in definitiva, “si potrebbe facilmente comprendere, da quel che è stato detto, che ambedue, sacrificio e preghiera, si rafforzano reciprocamente e si comunicano l’uno all’altra una potenza rituale e teurgica.”

Tutto ciò infine dimostra la “coerenza dell’arte ieratica, che collega in una sola perfetta continuità tutte le sue parti”: mai trascurare dunque le norme dell’arte ieratica, nè accettarne solo alcune ed ignorarne altre. Infatti “coloro che aspirano ad una pura ed effettiva unione con gli Dei devono esercitarsi ugualmente in tutte le sue parti e, mediante tutte, raggiungere la perfezione (teleiousthai).”

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2 Responses to La preghiera

  1. Pingback: Tradizione Ellenica – Culto Teurgico | HELLENISMO

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