Triplici classificazioni: Dei, culto e uomini

Triplice classificazione degli uomini e del culto” (Libro V, capitolo 18)

Questo capitolo, molto breve e schematico, ha una grandissima importanza, in quanto distingue chiaramente i tre generi degli uomini (materiale, noerico e misto- perfettamente in analogia con la scansione interna delle Triadi divine secondo limite, illimitato e misto, cf. Gerarchia Divina), e distingue di conseguenza i tre generi di culto reso da ciascuna tipologia di essere umano.

Abbiamo dunque:
– “la gran parte del gregge umano (he pollè mèn agele ton anthropon) soggetta alla Natura”- queste sono le “masse che vanno in giro in branchi” di cui parla Proclo (In Alc. 245, 6-248, 3), le masse che si affidano solo alle vane opinioni e dallo stile di vita diviso ed esclusivamente materiale (in analogia, come queste masse vanno fuggite da parte di colui che aspira alla vita filosofica/iniziatica, così “dobbiamo fuggire le passioni irrazionali e i desideri dalle molte forme che ci dividono nel corpo”, tutte le illusorie percezioni sensoriali che distraggono e trascinano lontana la nostra facoltà razionale). D’altra parte, è sempre lo stesso branco di cui parlano gli Oracoli (fr. 153): “i teurghi non cadono nel branco che è sottoposto al Fato (hyph’ heimartèn agelen)” Da ricordare che “la fonte della Natura (tes physeos pegè) e il primissimo Fato (heimarmenen protiste) sono nominati dagli stessi Dei: “Non guardare alla Natura: il suo nome è Heimarmene/Fato.” (Or. fr. 102) Cosa questo significhi, lo spiega un altro Oracolo (fr. 103): “non aiutare l’accrescimento/non ingrandire il Fato (medè synauxeseis theimarmenon)”- in altre parole: non ingrandire in te stesso il dominio del corporeo e delle passioni irrazionali, che altrimenti ti legheranno sempre di più, per tua scelta- l’imprigionato è colui che forgia le sue stesse catene- al ciclo delle continue rinascite e ricadute nel mondo materiale. Questa è invece la via di salvezza offerta dal Demiurgo attraverso i sacri Misteri: “una volta dunque che (l’anima) ha lasciato la sua prima condizione di vita, in relazione alla generazione di tutti gli uomini, e l’irrazionalità che la guidava nella sua attività creatrice, dominando l’irrazionale con la ragione, fornendo intelletto all’opinione e facendo passare tutta l’anima dal vagabondaggio della generazione alla vita felice, che pregano di ottenere anche i seguaci di Orfeo quando sono iniziati a Dioniso e Kore: “e di essere liberati dal cerchio e di risollevarsi dalla sventura.” (Pr. In Tim. III 296, 7)
Al contrario, la massa che tiene lo sguardo fisso sulla Natura, e che è dunque soggetta alla Natura/Fato, “guarda in basso verso le opere della Natura” (cfr. l’Oracolo “non guardare in basso al mondo brillante di oscuri riflessi” fr. 163), “adempie la legge del Fato/Heimarmene, accoglie l’ordine di ciò che si compie secondo Heimarmene, fa continuamente caso con il suo giudizio pratico (praktikon logismòn) soltanto ai fenomeni della Natura.”

 

– I pochi (oligoi dè tines): come abbiamo visto, i teurghi/filosofi, coloro che non cadono nel branco di Heimarmene, coloro che, “possedendo una potenza intellettuale soprannaturale (tini dynamei tou nou– cf. “dobbiamo contemplare con il Nous l’essere intelligibile, essendo iniziati alla contemplazione delle categorie di esseri semplici, immobili ed indivisi per mezzo di semplici ed indivise intuizioni.” In Alc. 245, 6-248, 3), si disimpegnano dalla natura, si elevano all’Intelletto separato e non mescolato (pròs dè tòn choristòn kaì amige noun periagontai– la separatezza indica superiorità gerarchica, come in “fanno tendere in alto la moltitudine degli Dei encosmici verso le Monadi intelligibili e separate di tutte le cose (noetàs kai choristàs ton holon monadas)” Pr. Theol. I 18, 1- 12. Cf. anche “i concetti propri della primissima filosofia, “venerandi, manifesti, portentosi, che elevano all’essenza immateriale e separata degli Dei (pròs ten aulon kaì choristèn ousian ton Theon) coloro che sono in grado di parteciparne.” (Theol. I 24, 1). Inoltre, la separatezza ha sempre a che vedere con la non-divisione e la distanza dal corporeo, cf. “il modo di essere separato ed incorporeo (he choristè kaì asomatos hypostasis) Theol. I 57, 11- 15; “separato dal corpo (somatos choristos) non mescolato (amigés) immateriale (non diviso nei corpi- aulos) Theol. I 76, 10- 25)

 

– Il genere di mezzo, “collocandosi in mezzo a queste due categorie”, si trova in posizione equidistante fra la Natura e l’Intelletto puro. Questo genere si divide a sua volta in tre: da un lato, ne fanno parte coloro che sono più vicini e attratti dalla Natura, dall’altro quelli che vivono un genere di vita promiscuo, e infine coloro che tendono in alto “liberandosi da ciò che è inferiore ed elevandosi a ciò che è migliore.”
Fatte queste classificazioni, diventa evidente come questo si applichi anche al culto:
– “coloro i quali sono sotto la tutela della Natura universale…si servono delle potenze naturali, e praticano il culto adatto alla loro natura e ai corpi mossi da essa: si servono dei luoghi, del clima, della materia, delle potenze materiali, dei corpi, qualità e condizioni dei corpi..”> livello ‘base’ del culto;
– ” coloro i quali vivono secondo l’intelletto soltanto e la vita dell’intelletto e sono liberi dai vincoli della natura (ton tes physeos desmon– “le catene della vita” di cui parla Proclo nell’Inno a tutti gli Dei- “biou desmoi” (cf. Crat. 400c1; Tim. 73b3; etc.), catene della vita, ricorda molto la stessa espressione in Platone “hoi tou biou desmoi”, quando si riferisce ai “legami della vita che legano l’anima al corpo.” Il tutto può essere condensato in questa Idea: “Essere legato dal Dio Demiurgo, che stabilisce per tutti la sorte secondo il merito, alla ruota del destino e della nascita, da cui è impossibile essere liberati, secondo Orfeo, senza rendersi propizi quegli Dei ‘ai quali impose Zeus di liberare dal cerchio e di risollevare dalla sventura le anime umane.” (Simpl. In De Caelo II, 1, 284a14). “Essere legato dal Dio Demiurgo” perchè “il Demiurgo, come dice Orfeo, è nutrito da Adrastea, si unisce ad Ananke e genera Heimarmene.” Pr. In Tim. III 274)- livello degli epopti e dei liberati in vita: “costoro praticano la legge intellettuale ed incorporea dell’arte ieratica in tutte le parti della Teurgia (noeròn kaì asomaton hieratikes thesmòn diameletosi perì panta tes theourgias ta mere)”;
– “coloro i quali stanno fra la Natura e l’Intelletto, mettono il loro impegno secondo le differenze del loro stato intermedio e secondo le vie diverse del rituale, ora prendendo parte ad ambedue i modi del culto, ora allontanandosi da uno di essi, ora prendendo la loro posizione intermedia come punto di partenza per ciò che è più perfetto (perchè altrimenti non si giungerebbe mai a ciò che è superiore), ora servendosene in altro modo simile a seconda del bisogno (cf. “le esigenze dell’uomo e il rituale corporeo dei sacrifici” Libro V, capitolo 16).”
Triplice classificazione degli Dei e del culto” (Libro V, capitolo 19)

Questo capitolo riprende la divisione, la tricotomia, considerata in quello precedente, partendo questa volta dalla classificazione degli Dei e arrivando ad una triplice classificazione del culto (la divisione triadica “immateriale-materiale- misto” è la stessa che si riscontra appunto in tutte le Triadi divine, suddivise sempre secondo limite-illimitato-misto. Così afferma anche Damascio: “i principi, secondo la teosofia caldaica, sono gli uni primi, altri intermedi, altri ultimi.” De Princ. II 219, 12)

Divisione delle potenze divine
– potenze soggette alla Natura: “hanno un’anima e una natura soggette ed ubbidienti alle loro creazioni, secondo la loro propria volontà”
– potenze separate dalla Natura: “completamente separate (choristai) dall’Anima e dalla Natura”
– potenze intermedie: ” quelle che stanno in mezzo a queste, consentono loro una comunione reciproca”
Importante notare i motivi di questa comunione (koinonia):
> “per un’ unica indivisibile unificazione del tutto” (katà syndesmon hena adiaireton– quasi le stesse parole di Proclo a proposito della verità divina: “unificazione indivisibile (henosis adiairetos) e comunione assolutamente perfetta (pantelès koinonia)” Theol. I 98, 1- 13)
> “per la generosa liberalità dei superiori” (katà metadosin ton meizonon aphthonon– come abbiamo visto, a proposito della provvidenza degli Dei nella Teologia: nel fatto che gli Dei esistano, è implicito anche il Loro “essere buoni in rapporto ad ogni tipo di virtù”> in ciò è implicito che non rinuncino a prendersi cura delle realtà inferiori e che gli Dei non siano manchevoli di nulla nell’elargizione dei beni- Theol. I 74, 1- 17; la “la volontà copiosa (boulesin aphthonon)” degli Dei verso le entità seconde è un carattere distintivo della Loro provvidenza. Anche a proposito del fatto che gli Dei sono solo causa di beni: ciò che è causa di beni, non può essere anche causa dei prodotti opposti-“La causa divina dei beni si è fissata eternamente in se stessa, estendendo a tutte le realtà seconde la generosa partecipazione ai beni (metousian aphthonon) Theol. I 83, 12- 24)
> “per la ricettività senza ostacolo degli inferiori” (katà hypodochèn ton elattonon akolyton– gli Dei concedono tutti i beni, ma le realtà seconde devono essere adatte a riceverli. Le potenze divine fanno parte di quelle entità che partecipano del Bene- come tutte le entità- e che inoltre “custodiscono intatta la partecipazione; accolgono il bene loro proprio in “grembi puri”…tali entità, per abbondanza di potere, hanno sempre parte dei beni che loro si confanno.” Theol. I 83, 25- 29. Perciò “i beni si adattano alle entità in base alla loro natura, “secondo l’appropriato limite della partecipazione” Theol. I 87, 11- 22)
> “per la concordia che le unisce le une alle altre” (katà syndeton amphoin homonoian)

Di conseguenza (come avevamo già visto nel quattordicesimo capitolo: “il Culto teurgico onora ciascuna divinità secondo la sua natura ed il suo dominio”), abbiamo la suddivisione delle tre forme di culto:
– Dei signori dell’Anima e della Natura: da venerare offrendo potenze naturali e corpi amministrati dalla natura, “perchè tutte le opere della natura Li servono e contribuiscono alla Loro attività di governo.”
– Dei che sono di forma unica (monoeideis- tò monoeidès, l’uni-forme, è uno dei caratteri della sommità della realtà divina, in particolare delle Enadi- cf. Theol. I 113, 12- 25; I 118, 17- 19): da venerare con onori liberi dalla materia “perchè a Dei siffatti convengono i doni intellettuali (tà noerà dora) e quelli della vita incorporea, tutto ciò che possono donare la virtù e la saggezza (aretè-sophia) e tutti i beni perfetti ed universi dell’anima.”
– Dei intermedi- che dispongono dei beni intermedi: cui convengono doni talvolta partecipi dell’una o dell’altra specie, talvolta partecipi di entrambi, “o in ogni modo atti a colmare lo spazio intermedio con uno di questi modi.”

 

 

Partecipazione al culto in maniera cosmica ed in maniera hypercosmica” (Libro V, capitolo 20)

In questo capitolo si prende in esame un diverso punto di vista per la classificazione del culto e la gerarchia dello stesso, ossia si prende in esame la nostra posizione nel cosmo e la nostra relazione con le forze corporee ed incorporee in vista del culto. Lo scopo dichiarato è “risalire alla conoscenza della vera natura del rituale sacrificale” a partire “dal cosmo e dagli Dei cosmici, dalla distribuzione che c’è in esso dei quattro elementi e dell’ordinato movimento circolare intorno al centro.”
Infatti, tale è la nostra condizione: “noi stessi siamo nel cosmo, siamo contenuti come parti in tutto l’universo, siamo originariamente da esso procreati, siamo perfezionati dalle sue potenze universali, siamo costituiti dai suoi elementi”. Per questo, avendo preso dal cosmo “una parte di vita e natura”, non bisogna tralasciarlo nè ignorare gli ordinamenti cosmici degli Dei (Dei Encosmici e ‘divinità minori’ della gerarchia divina).

Esistono dunque corpi cosmici/materiali e potenze incorporee “distribuite intorno ai corpi” > quindi, “la legge del culto assegna evidentemente i simili ai simili e si estende così ovunque, dall’alto fino agli estremi” (abbiamo visto nella Teologia– Libro III, capitolo 2- che la legge della somiglianza è il principio alla base dell’emanazione continua, senza vuoti, delle serie divine, a partire dal Primissimo Principio fino all’ultimo livello del reale. La somiglianza è anche alla base della riconversione di tutte le entità: “è la somiglianza a legare insieme tutti gli enti, come la dissomiglianza li separa e li divide. Se dunque la conversione è una sorta di comunanza e di congiunzione, e se ogni comunanza e congiunzione si effettua per somiglianza, dunque ogni conversione si deve compiere per somiglianza” Pr. El. Theol. 32. Il principio fondamentale della Teurgia è infatti questa somiglianza: “la somiglianza ha la facoltà di connettere gli esseri fra loro” Pr. Arte Ieratica fr. 3. Inoltre, “è grazie alla somiglianza (homoioteta) con l’Uno che, per ciascun ordinamento, sussiste una Monade analoga al Bene (ogni Monade è, per la sua serie/ordinamento, quello che è il Bene per tutti quanti gli ordinamenti divini). Causa di questa somiglianza è appunto la riconversione di tutte le cose verso l’Uno (per la legge fondamentale secondo cui tutte le cose procedono dall’Uno e tutte si convertono verso di esso) Theol. II 38, 1- 13).
Proprio per questo, Giamblico afferma che la legge del culto, basata sul simile, restituisce “gli incorporei agli incorporei, i corpi ai corpi, a ciascuna di queste due classi ciò che commisura alla sua natura.”

– La superiorità ed estrema rarità del culto hypercosmico, ossia “quando qualcuno partecipa degli Dei della Teurgia in una maniera hypercosmica (ed è cosa fra tutte rarissima)”: nel culto, costui è al di sopra dei corpi e della materia, e “è unito agli Dei con una potenza hypercosmica” (da non dimenticare l’assioma secondo cui anche chi si trova ad un simile livello, rarissimo, deve comunque rispettare la gerarchia ascendente- il tutto è sintetizzato benissimo da Proclo: “tutto ciò che procede da una pluralità di principi causali, si converte passando attraverso altrettanti termini medi con quanti procede; e ogni conversione si compie attraverso i medesimi gradi con i quali si è compiuta la processione. Poichè infatti processione e conversione avvengono per somiglianza…ciò che per procedere ha bisogno di mediazione, ha bisogno ugualmente di mediazione per la conversione…di conseguenza, per ciascuna cosa, quanti sono i principi causali attraverso cui è derivato l’essere, altrettanti sono quelli attraverso cui è derivato anche il bene del proprio essere, e inversamente.” El. Theol. 38)

Il culto hypercosmico non è comune a tutti gli uomini, nè bisogna condividerlo subito con coloro che si iniziano alla Teurgia o sono a metà strada (“da qui discende la legge del silenzio…”- non agli aspiranti, nè agli iniziati di primo livello può essere concessa l’epopteia). Questo perchè “in una maniera qualunque, rendono corporea (somatoeide) la loro pratica della santità.”

 

 

 

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