Leggi Fatali – Heimarmene

Cf. anche quanto detto nella sezione relativa al Cratere e alle Fonti (Fonte della Natura, in modo particolare)

Le Leggi Fatali, le dieci Leggi Demiurgiche
1) è necessario che le anime siano state seminate
2) è necessario che ci sia stata una sola discesa comune a tutte le anime, per ciascuna rivoluzione
3) è necessario che, durante la sua prima discesa, l’anima si incarni in un vivente che massimamente onora gli Dei
4) è necessario che l’anima che discende per vivere una vita umana entri dapprima in una natura maschile
5) è necessario che un’anima che dimora in un corpo, faccia a sua volta nascere vite parziali e materiali
6) è inevitabile che l’anima che sa dominare la sua vita materiale sia giusta, quella che ne viene dominata ingiusta
7) è inevitabile che chi è giusto ascenda di nuovo all’astro affine
8) è necessario che chi non si sia dominato ridiscenda nella seconda incarnazione in una natura femminile
9) è necessario che chi non sia stato in grado di dominarsi nella seconda discesa, ridiscenda una terza volta in una natura bestiale (i “cani senza ragione”)
10) la sola salvezza dell’anima, che fa cessare il ciclo dell’errare nel dominio della generazione, è “la vita che conduce l’anima in alto, verso la rivoluzione dell’Identico.”
(in Tim. IV 302)
Sulle Leggi di Heimarmene: “(Il Demiurgo) indicò la natura dell’universo, e disse loro (alle anime) le leggi fatali (nomous te toùs heimarmenous eipen autais)” (Tim. 41e)
Anche Proclo, commentando questa frase fondamentale, impiega dapprima il metodo negativo e ci spiega quali sono le dottrine errate a proposito di Heimarmene: in primo luogo, quella dei Peripatetici, che la vedono come “disposizione naturale particolare” (tèn merikèn physin), ma tale natura particolare non è né stabile né eterna, mentre Heimarmene ha entrambe queste caratteristiche. Nemmeno la teoria di Aristotele (del suo commentatore soprattutto, Alessandro di Afrodisia), secondo cui Heimarmene sarebbe l’ordine delle rivoluzioni cosmiche, è corretta, perché “assolutamente, una cosa è la causa dell’ordine (ossia, Heimarmene stessa) e un’altra è l’ordine (di tutte le rivoluzioni cosmiche e relative leggi).” Non è neppure la Natura tout court, come sostiene Porfirio, in quanto tutte le cose che si determinano ed avvengono in natura hanno tutte la loro causa nella preesistenza di Heimarmene, e questo vale anche per quelle che non sono determinate dalla Natura (ma sono determinate dalla Fortuna cosmica: nascita, gloria, ricchezza, etc). Infine, non valida è anche un’altra teoria di Aristotele secondo cui sarebbe l’Intelletto del Tutto: tale Intelletto è superiore ad Heimarmene in quanto “produce in un sol colpo” tutto ciò di cui è causa; in altre parole, “non ha assolutamente bisogno, nella sua amministrazione (del Tutto), di progredire secondo un certo ciclo ed un incatenamento continuo e ben regolato, ma questo è invece proprio di Heimarmene, l’incatenamento/concatenazione delle cause multiple, l’ordine, la produzione ciclica.”
Segue poi la spiegazione della dottrina corretta a proposito di Heimarmene: essa è sì la Natura, ma la Natura divina (entheon), “colma di irradiazioni divine, intellettive e psichiche”. Sono gli ordinamenti degli Dei detti “Guide delle Moire” che donano le potenze sorte da Loro stessi “alla vita unica della Fatalità.” Moiragetes è epiteto di Zeus ed Apollo a Delfi (cf. Paus. x. 24. § 4); Zeus Moiragetes era rappresentato anche su un rilievo, proprio nel santuario arcadico di Despoina (cf. Paus. viii, 37 § 1). “Hoi Moiregetai (Moraioi Theoi kaì Daimones)” sono sempre menzionati in connessione con Heimarmene, con la Natura divina (theias physeos) e con imprigionamento e liberazione dell’anima (cf. Pr. in Alc. 24; Herm. in Phaedr. 141) Ecco perché è soprattutto Zeus ad avere l’appellativo di Moiragetes: è il Demiurgo a raccogliere tutti gli elementi che costituiscono Heimarmene e a trarne una potenza unica, colma del divino (entheon), una potenza dunque uni-forme e composta, allo stesso tempo, di una molteplicità di cause, “potenza unica polimorfa”. Essa dipende interamente dalla provvidenza (Pronoia) degli Dei Superiori e dalla bontà del Demiurgo, per questo è colma del divino ed è anche “ordine anteriore alle cose ordinate.”  Quindi, Platone ci ha tramandato la vera natura di Heimarmene, ossia la Natura guidata dal Demiurgo: è per questo che Zeus rivela “la natura del tutto” alle anime, in quanto ne possiede in sé il Principio, e può rivelare le “leggi di Heimarmene” perché le contiene tutte in sé in forma unificata (infatti, nell’iconografia, Zeus Moiragetes tiene le tre Moire in una mano sola, indicando il modo unitario in cui ricomprende in sé tali Principi). Proclo spiega anche che esistono due periodi della vita del cosmo, opera del Demiurgo, uno precedente e guidato solo dall’Intelletto, ed il secondo guidato invece dalla Provvidenza e da Heimarmene: essa “presiede ai mondi e alle opere…” e da essa dipendono anche tutte le altre concatenazioni e rivoluzioni nel mondo encosmico, come affermano anche gli Oracoli (fr. 70): “l’instancabile Natura governa sia i mondi che le opere (kosmon te kaì ergon), in modo che il cielo possa ruotare, facendo discendere il suo eterno percorso, e che il veloce Helios possa passare attorno al centro.” Detto in altri termini, Heimarmene riguarda il sensibile, prima di lei è “la Madre delle Moire”, le “ginocchia di Ananke”. Dunque, secondo il divino Proclo, Platone ha dimostrato le tre successive Cause dell’ordine: Adrastea, nella sommità degli Dei Intellettivi, Ananke, la Necessità Hypercosmica, ed Heimarmene, la Fatalità Cosmica. Questo si accorda perfettamente con la Teologia Orfica: in essa si dice appunto che il Demiurgo viene allevato da Adrastea, che si unisce ad Ananke e che genera Heimarmene; come Adrastea è quella Dea che abbraccia tutte le forme di Leggi, dal primissimo Thesmòs divino, così Heimarmene è la Dea che abbraccia tutte le leggi (nomoi) encosmiche, le stesse leggi che il Demiurgo inscrive nelle anime affinché agiscano in accordo con il cosmo, leggi che determinano anche la sorte che tocca a ciascuna anima in relazione alle diverse vite prescelte. Colui che sceglie una vita contraria al bene indicato dal Demone personale si dirige “verso il luogo oscuro (skoteinon) e privo del divino (atheon)”, l’anima che invece segue le norme della pietà religiosa, ed onora quindi il proprio Demone, “si innalza al Cielo”: proprio perché tutte le anime sono colme di queste leggi fatali, esse non possono che dirigersi verso il ‘luogo’ cui queste stesse leggi le inviano, in conseguenza delle loro scelte ed azioni. Questa è la proprietà della Provvidenza divina nei confronti delle anime: gli Dei “guidano dall’interno gli esseri sui quali vegliano”, e così ne consegue che le anime sono mosse dagli Dei attraverso le leggi e le potenze che sono state ‘seminate’ in tutte le anime, sia quelle che salgono sia quelle che discendono.
Visto che le anime parziali sono guidate secondo tali leggi fatali, ne consegue che tali leggi preesistono in modo intellettivo ed indiviso nel Demiurgo, perché “l’unica Legge divina siede accanto a Lui”, ed esistono parimenti anche nelle anime divine perché è sempre secondo tali leggi che esse dirigono il cosmo intero. Naturalmente, in questa cornice, si mantiene saldo il “principio di responsabilità” per le anime parziali/incarnate, principio di cui avevo parlato nel precedente articolo, secondo cui appunto si potrebbe anche dire che in realtà siano le anime a muovere se stesse, dal momento che è solo la scelta dello stile di vita a causare il loro spostamento in un ‘luogo’ colmo del divino o privo di esso – questione molto complicata e spiegata perfettamente da Proclo stesso: “grazie alla legge (di Heimarmene), le anime assegnano a se stesse il rango appropriato alle azioni che esse hanno precedentemente compiuto.” La Legge di Heimarmene è pertanto la “legge encosmica” che le anime ricevono in sé quando scendono in questo ordinamento: quando Zeus “dice” le leggi alle anime, le inscrive in esse perché “le parole demiurgiche penetrano nella sostanza stessa delle anime”. Egli, quindi, da un lato pone le Leggi Demiurgiche negli “Dei giovani” affinché creino direttamente il cosmo, e dall’altro pone le Leggi di Heimarmene nelle anime parziali prima della loro discesa nell’encosmico. Bisogna ricordare che questa di cui si parla è la “prima discesa”: possono esistere numerose discese per le anime parziali, ma ne esiste solo una che è comune a tutte ed è appunto la prima.  Questo perché tale è esattamente la caratteristica che accomuna tutte le anime parziali, ossia il fatto di non poter “dimorare in alto” in modo immutabile e di dover “cadere sotto lo scettro di Heimarmene” almeno durante questa prima discesa, essendo così esposte a tutti i pericoli che la discesa nel mondo della genesis e l’avere una relazione con un corpo ed una vita sensibile comportano. E’ sempre una questione di virtù, di agone e di responsabilità: se le anime vivono bene, possono purificarsi “anche quaggiù” da tutti i vincoli che la Fatalità cosmica impone alle anime incarnate – al contrario, se esse scelgono il “genere mortale di vita” (quello che non guarda alle realtà divine), diventano schiave di Heimarmene ed essa se ne serve “come di cose prive di ragione”, ancora una volta, i “cani senza ragione” degli Oracoli. E’ dunque così che le anime discendono nel regno encosmico di Heimarmene, essendo prima passate per le Moire, come insegna anche il mito di Er:  “il mito fa dipendere dalle ginocchia di Lachesi la cura provvidenziale rivolta alle anime particolari, in quanto da un lato Ella muove eternamente il Tutto con le mani come con delle potenze più elevate, dall’altro tiene “sulle ginocchia”, ad un livello inferiore, le cause dei periodi ciclici delle anime. Ecco perché l’Araldo celebra Lachesi in modo particolare come “figlia di Necessità”:
“ecco il discorso della vergine Lachesi, figlia di Ananke”. Dal canto suo, Cloto è detta tessere per le anime le conseguenze determinate dalle loro scelte e distribuire a ciascuna di esse il destino che le spetta; e dopo di lei, Atropo è detta conferire ai destini che sono stati tessuti il carattere dell’immutabilità e della determinazione, segnando così il compimento dei decreti delle Moire e l’ordine del Tutto che discende fino a noi.” (Pr. Theol. VI 23, 107)
Da questa discesa in poi, si può dire che la sorte dell’anima dipenda solo dalle sue scelte e dal suo genere di vita, ed è per questo che è possibile notare tanta varietà nei destini umani, essendo davvero numerosissime le strade e le scelte che un’anima può intraprendere una volta che sia venuta a trovarsi a vivere nel mondo del divenire – Proclo le riassume in quattro possibilità ed altrettanti risultati:  la sorte più felice è quella dell’anima che sceglie la potenza divina cui appartiene (conosce se stessa ed il suo Demone, e lo onora di conseguenza), e vive la vita corrispondente seguendo la via che da essa dipende (ad esempio: un’anima che appartiene alla potenza medica del Sole e sceglie quindi di vivere come medico nella vita sensibile, manifestando tutte le virtù che caratterizzano questa serie divina – il suo destino è naturalmente quello di ascendere nuovamente alla sommità Heliaca). Un’anima può anche scegliere la potenza divina cui appartiene in senso generale, ma può non vivere in accordo con l’aspetto specifico e non realizzarne quindi le virtù (ad esempio: un’anima che appartiene alla potenza intellettiva/filosofica e sacerdotale di Zeus ma nella vita sceglie di occuparsi di politica, scendendo di livello e mancando quindi il raggiungimento dei beni più perfetti – questo potremmo definirlo come “dilemma di Yudhishthira dopo la battaglia” fra la vita ascetica e la necessità di governare la patria per il bene comune: appunto, una questione di ‘necessità’). Un terzo caso si ha quando un’anima non sceglie la potenza divina, ma sceglie la stessa vita ed arriva alle stesse virtù (ad esempio: sempre un’anima filosofica del coro di Zeus che scelga una vita connessa con la catena di Atena, intesa come ‘amante della Sapienza’); ultimo caso è la “differenziazione estrema”, ossia quella dell’anima che ‘sbaglia’ completamente e non sceglie né la potenza, né la vita né le virtù cui doveva tendere (l’oblio totale del coro divino di appartenenza, la completa ignoranza a proposito di sé e del Demone personale: chi non “fa le proprie cose” non conosce se stesso e non possiede neppure la chiave per la liberazione dell’anima).
Perciò,  la vita delle anime divine e demoniche è “indipendente e libera … trascendente ogni forma di necessità”; sono le anime parziali a possedere sì il libero arbitrio, come abbiamo detto in precedenza, “perché appartiene ad esse per essenza”, ma in esse c’è anche la legge immanente del Tutto, ciò che è stato fissato da Heimarmene e la “legge fatale” che spinge le anime alla continua discesa nel cosmo. E’ quanto scrive Proclo stesso nell’Inno ad Aphrodite: “Altri (Eroti), a causa dei voleri che allontanano il male e degli atti provvidenziali del Padre, desiderando accrescere l’universo infinito con la generazione (nascita), fecero sorgere nelle anime un desiderio verso l’esistenza terrena” – il Demiurgo dunque inscrive le Leggi Fatali nelle anime e le invia nel cosmo per la stessa completezza e perfezione della sua demiurgia.

“E chi (delle anime) vivesse bene il tempo che le spetta, tornando di nuovo nella dimora dell’astro ad essa affine, vivrebbe una vita felice e abituale (secondo la vera natura dell’anima)” (Pl. Tim. 42b)
Coma abbiamo già spiegato diverse volte, l’anima parziale possiede diverse caratteristiche (sintetizzando: la parte della sensazione, “sensazione che risulta da affezioni violente”; la parte dell’epithymia, la facoltà appetitiva e la “mescolanza di piacere e dolore”; infine il thymos, la parte irascibile). Tali sono dunque le potenze conseguenti alla generazione ed esse si sviluppano nel vivente incarnato in successione temporale: “non appena vista la luce” venendo al mondo, si sviluppa la sensazione, poiché non si potrebbe nemmeno parlare di ‘essere vivente’ se non possedesse impulsi dovuti alla sensazione; poi, il vivente sperimenta piacere e dolore ed infine, crescendo, si manifesta la facoltà irascibile. Queste tre potenze sono esattamente le tre parti che devono essere guidate e dominate dalla parte divina dell’anima, ossia l’anima immateriale ed incorporea deve regnare sulle altre “forme di vita corporea”, le potenze sopra nominate.
Concludiamo perciò il discorso su Heimarmene e sulla sorte delle anime: anche l’ascesa di cui parla Platone nel Timeo ha luogo sia a causa della libera scelta dell’anima che è discesa nel mondo del divenire sia a causa delle norme imposte da Heimarmene. Infatti, da un lato le anime devono scegliere di “vivere bene”, dall’altro è a causa di Heimarmene che esse possono fare ritorno al loro luogo di provenienza: è questa Dea infatti che “fissa le sorti per ciascuna anima” adattandole ai differenti generi di vita sopra esaminati e stabilendo, per così dire, la connessione causa-effetto. Al di sopra anche di questa Dea sono gli “Dei giovani” che amministrano il cosmo, perché sono questi Dei ad assegnare le “ricompense che ciascuno ha meritato, ed è per questo che si dice che, avanzando dal centro della sfera
del Sole verso il Tutto, Dike diriga tutte le cose. Nello stesso modo in cui, nel cosmo, ‘Dike, al seguito di Zeus, punisce tutte le mancanze nei confronti della Legge divina’, così l’attività di Dike relativa alle anime castiga quelle anime che hanno dimenticato le leggi fatali e scambiato la vita peggiore con la migliore.”

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