Bontà degli Dei – il ‘problema del male’

Proclo, Teologia, Libro I, capitolo 18

“Quale è la bontà degli Dei e in che senso sono detti “cause” di tutti i beni; in questo capitolo si dice anche che il male è, anch’esso, integrato nell’ordine universale come esistenza collaterale e che, come tale, ad esso è riservata dagli Dei una specifica collocazione.”

– Ciò che nel bene stabilisce la sua esistenza ed essenza (hyparxin- ousia, come infatti abbiamo visto “dal Bene si determina l’essere degli Dei, e nel Bene gli Dei hanno il loro fondamento”, cf. I 74, 1- 17)
– ciò che, per il fatto stesso di essere, produce tutte le realtà
> è necessario che procuri ogni bene e nessun male.
(I 82, 8- 11)

– Se ci fosse un primo bene che non è una divinità, allora la realtà divina elargirebbe sì dei beni, ma non sarebbe causa di tutti quanti i beni.
> Non solo però ciascuno degli Dei è buono; ciò che è bene in modo primario (ossia, ciò che è di forma simile al bene ed ha la capacità di operare per il bene, tò protos agathoeidès kaì tò agathourgòn) è una divinità.
> Dunque, è necessario che la realtà divina sia causa non semplicemente dei beni, ma di tutti i beni.
(I 82, 11- 21)
– Ciascun principio causale originario da se stesso introduce ogni realtà a sè simile; inoltre, ciascuno di tali principi ha collegato a sè tutto quello che esiste di forma simile a se stesso in modo unitario (come abbiamo visto, grazie alle Loro specifiche proprietà, gli Dei fanno sviluppare in forma unitaria tutte le realtà inferiori/secondarie, ordinando in tal modo tutta la realtà, cfr. I 59, 22- 26). Come la potenza che è causa della vita, fa sussistere ogni vita; come la potenza causa della conoscenza, fa sussistere ogni conoscenza; come la potenza che è causa del bello, fa sussistere tutto ciò che è bello, fino al mondo visibile…
> Allo stesso modo, l’esistenza prima ed uniforme dei beni (he ton agathon protiste kaì archegikotate kaì henoeidès hyparxis):
– ha posto in sè le cause di tutti i beni
– comprende in sè tutti i beni nella loro totalità.
Per questo, fra tutti gli enti:
– nessuno è buono, se non ha da ottenuto tale potenza da lei (ossia, dall’esistenza prima di tutti i beni viene la partecipazione al bene)
– nessuno è produttore di beni, se non si volge ad essa e ne ottiene parte di causalità (avendo appunto in sè le cause di tutti i beni, è l’unica fonte che può elargire principio di causalità nella creazione di beni).
“Infatti è da essa che tutti gli enti buoni sono introdotti, portati a compimento e custoditi.”
> Pertanto: tutta la concatenazione ed ordine di successione di tutti i beni dipendono da questa fonte.
(I 82, 21- 25; 83, 1- 12)
– A causa della Loro stessa esistenza, gli Dei sono sempre ‘propulsori’ (choregoi) di beni e di nessun male;
– Infatti, ciò che da sè fa sussistere tutto ciò che è di forma simile a sè, non può essere causa del suo contrario.
> Quindi, ciò che è causa di beni, non può essere anche causa dei prodotti opposti.
“La causa divina dei beni si è fissata eternamente in se stessa, estendendo a tutte le realtà seconde la generosa partecipazione ai beni (metousian aphthonon).”
(I 83, 12- 24)
– Tutte le entità ne partecipano> non è infatti possibile che esistano entità totalmente non partecipanti della presenza del bene
– Esiste però una differenza fra le entità che ne partecipano:
* le une custodiscono intatta la partecipazione; accolgono il bene loro proprio in “grembi puri” (tò oikeion agathòn en katharois hypodexamena kolpois– ‘kolpos’, grembo, è sempre la stessa parola usata dagli Oracoli.
Tali entità, per abbondanza di potere, hanno sempre parte dei beni che loro si confanno.
(I 83, 25- 29)
* le altre, ossia quelle poste assolutamente agli ultimi livelli del Tutto, non sono in grado di custodire puro ed intatto il bene loro proprio, e non sanno mantenere stabile il loro proprio bene (tòn oikeion agathòn).
Dunque, essendo divenute “deboli, particolari e materiali” (asthene, merikà, enyla) e contaminate dalla mancanza di vita (azoias)> fanno subentrare:
il disordine all’ordine (tei taxei tèn ataxian)
l’irrazionalità alla ragione (toi logoi tèn alogian)
alla virtù il vizio contrario (tei aretei tèn enantian pròs tauten kakian)
(I 84, 1- 10)

> Le entità più perfette sfuggono a questa deviazione
> Le entità più particolari, a causa della potenza inferiore:
– rendono indistinta la partecipazione al bene
– fanno subentrare l’opposto del bene.
Però, anche a questo livello, il male non sussiste puro e assolutamente privo di bene.
Anche se una cosa è in parte male, per l’intero e l’insieme è assolutamente bene, perchè “sempre felice è il Tutto” (aeì eudaimon tò pan).
(I 84, 10- 20)
Ciò che è contro natura, è sempre un male per le entità particolari (tois merikois kakon)> pertanto, nelle nature più particolari, mali sono il brutto, lo sproporzionato, la deviazione (aischròn- asymmetron- paratropè)- in una parola, il male è una forma di “esistenza collaterale” (parypostasis– perchè, come vedremo fra poco, tale esistenza collaterale non sussiste a partire da una potenza).

– Ciò che è soggetto a corruzione , si corrompe solo in rapporto a se stesso e si allontana così dalla propria perfezione/per tutto l’insieme è incorruttibile ed immortale.
– Ciò che viene privato del bene, ne è privato solo in relazione a se stesso, a causa della debolezza della sua natura/ per l’intero è bene, proprio in quanto parte di tutto l’insieme.
> Perciò: privazione, mancanza di vita, bruttezza, etc. non possono esservi in tutto l’insieme
> perchè l’accordo complessivo è perfetto, tenuto insieme dalla bontà propria di tutto l’insieme
> quindi vita, esistere, appartenere alle componenti perfette sono elementi ovunque presenti, nella misura in cui ciascuna completa tutto l’insieme.
(I 84, 20- 28; 85, 1- 6)

L’esistenza collaterale (parypostasis– il male) sussiste non a partire da una potenza (ouk ek dynameos) ma dalla debolezza delle entità che ricevono le illuminazioni dagli Dei (ek tes astheneias ton dechomenon tàs ton Theon ellampseis).
– Tale debolezza non è presente nelle entità universali, ma in quelle particolari- e fra queste ultime, con alcune importanti differenze:

* Fra le primissime entità parziali ed i generi intellettivi (tà protista kaì noerà gene– la dimensione dell’Intelletto che vive nell’eternità) sono per l’eternità di “forma simile al bene” (agathoeide);
* Le intermedie (tà mesa– le anime che si muovono nella dimensione temporale), operando nel piano temporale, operano la partecipazione al Bene attraverso il mutare del tempo: dunque, non possono conservare immobile, semplice ed uniforme il dono degli Dei, ed oscurano:
_la semplicità con la varietà (toi poikiloi tò haploun)
_l’uniforme con il multiforme (toi polueidei tò monoeidés)
_il puro con il mescolato (toi symmigei tò akeraton)
(I 85, 7- 20)
* Le entità ultime e materiali (tà eschata kaì enyla) alterano il proprio bene. Poichè risultano mescolate alla mancanza di vita, hanno l’esistenza a livello di simulacro e non cessano mai di mutare e disperdersi per i cambiamenti circostanti:
_cedono a corruzione, sproporzione e deformità;
_vengono contaminate dalle potenze ed essenze di ciò che è contro natura, e dalla debolezza di ciò che è materiale..
(I 85, 20- 25; 86, 1- 9)

> Pertante, nessuno degli enti parziali è completamente buono. Altrimenti non esisterebbero
_corruzione e generazione dei corpi
_purificazioni e pene per le anime.
> Neppure però nella totalità è presente il male. Altrimenti il cosmo non sarebbe “divinità felice” (eudaimon Theos).

Dunque:
> la causa dei mali è la debolezza delle entità (forme di esistenza agli ultimi livelli del Tutto) che accolgono il bene;
> il male subentra nelle entità particolari in modo collaterale;
> tale male partecipa sempre in qualche modo del bene, almeno per il fatto stesso di essere limitato dall’esistenza del bene.
(I 86, 10- 19)

> E’ impossibile che sussista il male-in-sè (ossia, totalmente privo di ogni bene): il male-in-sè è al di là dell’assoluto non essere (pertanto non esiste).
> Neppure il male insito nelle realtà particolari è stato abbandonato al disordine: trova la sua correzione presso gli Dei: “è per questo che purificatrice della malvagità insita nelle anime è Dike (kathartikè tes en psychais ponerias he Dike: la Giustizia purificatrice che avevamo già incontrato nel XVI capitolo, cfr. I 79, 1- 20)
(I 86, 19- 26)

– Ogni realtà si volge, per quanto possibile (secondo la sua potenza), verso la bontà degli Dei (panta epistrephetai katà dynamin pròs tèn agathoteta ton Theon)
– I generi degli enti permangono perfetti e benefici nei loro limiti
– Le entità più imperfette/particolari vengono ordinate/governate in modo conveniente, sono richiamate verso il bello, e traggono vantaggio dalla partecipazione al bene, per quanto ne sono in grado
“Non c’è nessun bene più grande di quello che gli Dei forniscono in modo proporzionato a ciò che hanno prodotto (a tutte le entità)”
> Tutti, individualmente e nell’insieme, ricevono quella parte di beni di cui possono partecipare.
(I 87, 1- 11)
“Dal canto Loro, gli Dei sempre propongono tutti i beni, come il Sole, sorgendo, la luce.” Il numero maggiore o minore di beni dipende dalla potenza delle entità che li ricevono e dai limiti della loro facoltà intellettiva.
– I beni si adattano alle entità in base alla loro natura, “secondo l’appropriato limite della partecipazione”.
> Perciò “tutti gli enti si trovano in una condizione favorevole e sono tutti al loro posto grazie all’opera degli Dei.”
(I 87, 11- 22)
Ironiche considerazioni sulla questione del male: “non ci si vengano a menzionare”
– ragioni primordiali dei mali nella natura
– l’ipotizzare paradigmi intellettivi per i mali come per i beni
– una qualche “anima malefica”
– una causa/fonte dei mali fra gli Dei
e
“non si adducano come causa l’originaria separazione rispetto al bene ed un eterno conflitto”

Tali concezioni “si allontanano ancor più dalla verità, volgendo da qualche parte in direzione di follie da barbari (ne consegue che la follia dell’ateismo è una prerogativa estranea al mondo Greco-Romano, e che chi non intende correttamente la Teologia tradizionale, o la oltraggia con empietà, altro non è che un barbaro)…non intendiamo scambiare per un’indicazione della verità la loro spettacolare messa in scena.”

> Bisogna custodire la verità nei recessi incontaminati dell’anima (en tois katharois tes psyches kolpois), “custodendola immacolata e pura” contro la vana doxa, opinione, di tutte le dottrine barbariche e non in accordo con le parole dei Teologi.
(I 87, 23- 26; 88, 1- 11)

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